Che poi è la prospettiva che fa la differenza

“Mamma mia dammi 100 lire che in America voglio andar”
“100 lire io te le do ma in America no no no”
“Allora te le puoi tenere.”
(Finale alternativo)

Cosa rende completa una persona? Cosa può renderla davvero felice e soddisfatta della vita che fa? Dipende dagli obiettivi, direte voi, dal carattere, dalla prospettiva.

Io sono felice quando imparo cose nuove, quando mi sento davvero utile e quando il mio lavoro mi lascia il tempo di occuparmi delle persone e delle cose che amo. Sono felice quando mi rendo conto di sentirmi completa e a posto con la mia sete di sapere, di vivere e di osservare.

Ed è per questo che fare la barista a Berlino con una laurea e 3 lingue parlate più che decentemente non mi fa sentire avvilita, non lo trovo “svilente” e non credo di meritarmi meno rispetto e comprensione di un grafico, un impiegato di banca o un economista.

Ma sto imparando che la mia scelta e la mia idea di vita felice risulta, spesso, incomprensibile al prossimo. Veniamo spesso accusati di vigliaccheria io e Federico perché “Scappare è troppo facile”. Bene. Ma quale sarebbe l’alternativa ad una vita difficile, ingiusta e a tratti impossibile a casa mia?  Quasi mai ricevo una risposta accettabile. Quasi sempre viene attaccata la mia professione attuale. “Trovo svilente che una persona laureata, che parla tre lingue, si riduca a lavare i piatti” mi è stato detto. Tralasciando il fatto che io non lavo i piatti ma faccio il caffè, in che misura esattamente, dovrebbe essere “svilente”? In che modo un lavoro ha il potere di rendere giudicabile un individuo? Perché io ho sempre visto il lavoro come un mezzo e non un fine. Come qualcosa che mi permettesse di fare la vita che mi piace e quindi, come ho detto, di imparare, osservare ed avere tempo (per vivere appunto).

Ad ogni modo è curioso il fatto che quest’ obiezione mi venga posta sempre da italiani. Che vengono qui, si siedono nel bar dove lavoro e mi chiedono cosa ci stia facendo lì. Quando a me sembra più che evidente. Lavoro. Punto. Dovrebbe finire lì la questione. Invece no, si insiste, prendendosi il diritto di giudicare le scelte di estranei per legittimare la mancanza di volontà o coraggio di farne di proprie. Di uscire dall’idea rassicurante che una volta laureati si debba trovare un buon lavoro che faccia sì che ci possiamo presentare orgogliosi e senza imbarazzi. Il problema enorme è che quel “buon lavoro” adesso non c’è quasi da nessuna parte. Ed è qui che scattano le priorità. Se la priorità è quella di essere felici allora è giunto il momento di alzare il culo dalla poltrona buona. Di stropicciare il bel vestitino e darsi da fare, di darsi un’ opportunità e di darla a questo mondo che nella sua immensa vastità conserva degli angoli in cui ancora si possono avere delle ambizioni.

Ora sono calma.

Saluti

Analisi empirica a sfondo sociale del berlinese medio sulla base del latte macchiato

“Mamma è finito il latte!”
“Fottiti”
“Ok, vado al Bar…”
( Conversazione tipo di famiglie tipo )

Come molti di voi già sanno mi ritrovo, da qualche giorno, a lavorare in un tranquillo bar per famiglie qui a Prenzlauer Berg. Si tratta di un baretto in stile italiano con un piccolo (ma proprio piccolo) supermercato sui quali scaffali è possibile scoprire cose mirabolanti quali: Chinotto, biscotti Pan di Stelle, Oransoda, alici sottaceto prodotte a Faiano (SA), pomodori pelati Annalisa e via discorrendo.

La cosa si sta rilevando squisitamente interessante per diversi aspetti. Innanzitutto sono perfettamente in grado di preparare un cappuccino con i controcazzi mentre tosto un panino e lavo tre-quattro tazze contemporaneamente e la cosa mi riempie di sano e sfrontato orgoglio dimostrando la teoria secondo la quale le donne siano in grado di (non) concentrarsi su più cose nello stesso momento. In secondo luogo approfondisco il mio rapporto, se vogliamo di amicizia, con il mio gentilissimo capo eritreo. Egli è uno stimato e preciso conoscitore dell’arte del caffè all’italiana. Prepara espressi ristretti con miscela Illy al pari dei migliori bar napoletani, è uno dei pochi a conoscere l’esistenza del singolare del lemma “Panini” e pretende di ipernutrirmi perché “sono troppo magra e devo lavorare e andare a scuola”. Non credo di aver mai conosciuto una persona tanto onesta quanto gentile in un campo come questo. Nonostante mi paghi quattro soldi sento già di volergli bene come a uno zio.

Ma la cosa che più mi arreca soddisfazioni è lo sguardo che posso porre sul berlinese medio (BM).

Questo ha la fama di essere una persona tendenzialmente antipatica, riservata fino all’inverosimile e vagamente snob. Quello che altresì mi caratterizza, però, è la mia innata e sfrontata capacità di essere (involontariamente tragi-) comica. Io non lo faccio apposta ma DEVO smorzare le tensioni facendo battute da quattro soldi, ironizzando sui miei difetti di pronuncia e complimentandomi per l’abbigliamento e il taglio-colore di capelli dell’interlocutore. Tutto questo ha un potere enorme sul BM. Una semplice battuta del cacchio è, di fatto, in grado di scioglierelo, mettendolo in una posizione di stupore (le commesse/bariste qui tendenzialmente si fanno i cavoli propri) permettendogli di reagire con un sorriso appena visibile ad occhio nudo ed espressioni di carattere orale quali: “grazie”, “da dove viene?”, “questo panino è davvero delizioso”. La cosa, oltre a permettermi di osservare le dinamiche sociali di questo popolo, ha anche riscontri economici. Perché l’esemplare di BM è sostanzialmente spilorcio ma dotato di una generosità ineguagliabile se si fa leva sulla sua emotività. Ragion per cui semplicemente pronunciando le parole “Amo il suo colore di capelli” o “Torni a trovarci”  mi guadagno una media di 5-10 euro al giorno di mance solo con questo scherzo.

Che magia amici ascoltatori!

Se vi trovate, quindi, a Berlino in zona Prenzlauer Berg Schönhauser alle, passate da “Saluti da Berlino” e discuteremo insieme del fenomeno del niño.

Con amore

Alessandra (anche nota come Alina Cocemelova)

Quartieri trendy: genesi di una specie.

Negli anni 60 fu Kreuzberg 61. Poi negli anni 70-80 fu Kreuzberg 36, la parte più vicina al muro che separava la città. Dopo la caduta del muro divenne Prenzlauer berg. Oggi forse è Friedrichshain, ma i più accorti intravedono in Neukölln il prossimo candidato.

Il meccanismo è sempre lo stesso: all’inizio i prezzi bassi degli appartamenti attirano gli artisti squattrinati. Dopo qualche anno il quartiere diventa inevitabilmente più interessante, più colorato, più cool. Iniziano ad aprire dei bar (vedi sotto), gallerie d’arte, teatri, cinemini.

Questo fa si che molta più gente voglia trasferisi lì, anche giovani famiglie, single e studenti. Le proprietà inevitabilmente fiutano l’affare ed alzano i prezzi degli affitti, cosí che  gli squattrinati artisti non possano permettersi più di viverci e si spostino in un’altra zona. Tutto cambia, nulla cambia. Finchè resta una città stracciona e cosmopolita, resterà una calamita irresistibile, come forse lo era Londra fino a un pò di anni fa.

Sottocapitolo: il bar trendy

Diffidate del locale freddo stile Milano o dello snobbetto bar lounge. Il vero bar berlinese ha l’aspetto del salotto della nonna. Crearlo è semplice: Procuratevi un seminterrato in località trendy, ma possibilimente in una viuzza laterale sgarrupata e male illuminata. Acquistate in un qualisiasi Flohmarkt epoca separazione DDR/BRD, divanetti semisfondati, sedie decrepite e tavolini ammuffiti. Su Ebay, comprate dal vostro rivenditore cinese di fiducia neon, luci ultraviolette, faretti rossi e viola ed il gioco è fatto. Più è sgarrupato, più è trendy.

Au revoir,

Fede